I genitori davanti allo smartphone sono un pessimo esempio per i figli

Nuove generazioni crescono senza consapevolezza privacy guardando i genitori. Quando i genitori rischiano di essere un cattivo esempio

Cari genitori davanti allo smartphone

La maggior parte dei genitori che stanno leggendo probabilmente pensa che questo articolo riguarderà altri genitori. Purtroppo, invece riguarda proprio noi.

Noi, della cosiddetta Generazione X (nati fra il 1960 ed il 1979) e della Generazione Z o Millennial (nati fra il 1980 ed il 1994). Generazione nata poco prima del boom di internet e che ha saputo apprezzare i limiti e le opportunità della rete. Noi che siamo cresciuti senza un tablet, senza smartphone e senza YouTube. Aspettavamo Bim Bum Bam per vedere i cartoni animati, alla TV. Abbiamo apprezzato la rete fatta di conoscenze nel nostro luogo fisico di incontro, il muretto.

Oggi stiamo insegnando ai nostri figli come si vive, lo stiamo facendo con l’esempio e forse, ma non sempre, con le parole. I nostri figli ci vedono chattare, parlare allo smartphone, video-lavorare, parlare da soli (alle cuffie) mentre guidiamo, dialogare con Alexa etc. Ci osservano con la coda dell’occhio mentre giocano, noi siamo lì ore ed ore, siamo genitori davanti al nostro smartphone e loro ci guardano.

Dati alla mano il tempo medio giornaliero speso in Italia sui social (nella fascia 16-64 anni) è di 1 ora e 52 minuti; solo sui social. A queste ore va aggiunto il tempo in cui siamo connessi per lavoro e per sbrigare altre faccende; ormai usiamo internet per qualsiasi cosa: dagli acquisti, alla banca, alle comunicazioni con gli amici, ai servizi della PA etc.

Iperconnessi si dice, ed è dovuto al fatto che al mondo ci sono più schede Sim che persone: 7,8 miliardi di SIM contro i 7,5 miliardi di abitanti. Viviamo in simbiosi con i nostri smartphone, è la prima cosa che controlliamo appena svegli e l’ultima che guardiamo prima di dormire. A volte lo controlliamo anche durante la notte. Lo smartphone è quasi una estensione del nostro corpo ed internet è parte integrante delle nostre azioni e scelte quotidiane: acquisti, ricerche, interazioni etc

Genitori davanti allo smartphone ore ed ore. Siamo noi a possedere lo smartphone o è lui a possedere noi?

Utilizziamo sempre di più internet ed i nostri figli ci guardano, sono sempre lì. Non ci guardano mentre accettiamo o neghiamo cookie, mentre leggiamo le informative privacy e neppure sanno la logica e le scelte alla base dei nostri consensi privacy, se c’è una logica. A loro queste cose non interessano, hanno imparato a cliccare si, ad accettare tutto pur di levarsi scomode cookie wall, invasivi banner che dovrebbero spaventarli, indurli a “fare attenzione”, esattamente come fanno alcuni dei loro genitori. E si sa i genitori non sempre vengono ascoltati.

Genitori vigili e consapevoli

I genitori hanno “vissuto”, hanno conosciuto il prima ed il dopo di internet, hanno sperimentato le dinamiche del rischio di incontrare una persona dal vivo. Sanno chi si può celare dietro ad un nome qualsiasi. Eppure, alcuni minori dichiarano di avere amici mai incontrati di persona, con i quali semplicemente giocano su internet o che hanno conosciuto in chat. Condividono anche sfere intime e personali senza immaginare i rischi che corrono divulgando un video personale o un “segreto”.

Accompagniamo i nostri figli a fare spese, al calcetto, in giro per le strade delle nostre città perché dobbiamo proteggerli ma li lasciamo liberi per le strade della rete. Qualcuno si illude che basti un parental control, uno sguardo da remoto, ma alcuni minori sanno bene come funzionano e talvolta sono in grado di aggirarli. La velocità di apprendimento di un bambino è superiore a quella di un adulto. “Sono delle spugne”, diciamo orgogliosi dei nostri figli, eppure molti genitori sono inerti o continuano a delegare ad altri l’educazione ad un uso consapevole della rete.

Educazione ad un uso consapevole della rete

“Educare alla rete” è stato un utile manualetto, uno strumento creato dal Garante Privacy che spiega, elenca, consiglia come approcciarsi. Ma non basta ammonirli. I giovani, che ci guardano, spesso ci imitano. Andrebbero affiancati, accompagnati e, si sa, questo ruolo non può essere delegato sempre agli altri (es. la scuola, il Garante Privacy, le Istituzioni). Non basta informarli. C’è bisogno oltre che di maestri anche di testimoni.

Un linguaggio semplice

Pagine e pagine di Informative Privacy, complesse, scritte in linguaggi talvolta incomprensibili per i genitori stessi. Eppure, la norma è chiara, le Informative per i minori dovrebbero essere scritte con un linguaggio più semplice. Contemporaneamente però il “giuridichese” ha le sue esigenze, i suoi “se” ed i suoi “ma, considerando che” e al tempo stesso (neanche) i minori hanno tempo da perdere in letture “noiose”. Come possiamo pretendere che i figli leggano quello che non leggono molto spesso neanche i genitori?

È notizia di questi mesi che Instagram sta progettando la sua nuova versione per i minori con tecnologie di Intelligenza artificiale e avvisi di sicurezza per far capire ai giovanissimi di essere più cauti nelle conversazioni con gli adulti. L’intelligenza artificiale servirà anche per verificare l’età del minore.

Il web è il presente

Ma il web non va demonizzato, è realtà, è progresso, è una necessità e non si può pretendere di chiedere ad un minore di fare il contrario di quello che fa un adulto. Serve un dialogo costante, un cammino da fare insieme (quotidianamente) sulla strada della rete, un luogo pieno di rischi. Lui, il minore, ci guarda, e ci guarda sempre. Anche gli strumenti e le norme che i grandi adottano andrebbero progettati con un approccio meno formale: un approccio più friendly.

Se ad un minore diciamo di non giocare ore ed ore alla PlayStation e passiamo il nostro tempo libero a giocare con il nostro cellulare non siamo credibili. I genitori davanti allo smartphone rischiano di essere un cattivo esempio se non dialogano con i figli spiegando loro i rischi del web.

In quanto genitori spetta a noi la loro educazione e forse siamo dei pessimi genitori se testimoniamo il contrario di quello che diciamo. Probabilmente manca una adeguata consapevolezza anche da parte di noi adulti: a volte il problema dei minori sono proprio gli adulti!

Serve dedicare tanto tempo alle prossime generazioni e serve farlo di persona.

Del resto proprio mentre qualcuno sta leggendo questo articolo, con il suo smartphone in mano, starà pensando: “io sono diverso”, mentre suo figlio lo guarda…

Roberto Maraglino

Vedo gente, faccio cose. La mia prima parola è stata privacy, la seconda data breach. Mi occupo di data protection da tanto tempo, adesso sto cerando di smettere ma forse è tardi. Appassionato di tante cose, tante cose!